Texin, nel senso: Ticino-Texas. E se fossimo un po' come una piccola provincia americana
01.02.2017 - Sergio Morisoli


Da giorni guardiamo all’America un po’ smarriti e dubbiosi. Non sono mancati i paragoni e i parallelismi tra noi e loro; c’è chi orgogliosamente dice che siamo avanti avendo il trumpismo già da 20 anni, c’è chi tocca legno e spera che non giungerà mai da noi. In questi giorni in molti si sentono un po’ americani, chi per frustrazione, chi per convinzione, chi perché almeno una volta vuole sentirsi vincitore, e chi perché non c’è alternativa; la globalizzazione ha globalizzato anche l’identità. Abbiamo dei legami profondi con l’America, decine di migliaia di giovani ticinesi lasciarono il Paese in cerca di fortuna, e moltissimi di noi hanno ancora prozii e biscugini in California. Si potrebbe dire che se non hai un parente laggiù non sei un vero ticinese. Ma, forse senza saperlo, ci sono legami umani ancora più profondi tra la nostra piccola gente e la loro piccola gente. Un popolo molto simile di qua e di là dall’atlantico.  Il Ticino della globalizzazione non è vaccinato contro la crisi e le sue derive estremiste. Negli anni della grande depressione americana fu coniato il concetto dell’uomo dimenticato. Si riferiva a quei cittadini che non avevano mai avuto molto e che in più stavano perdendo anche quel poco: il lavoro, la salute e gli affetti. Oggi quella tipologia di  cittadino dimenticato è riapparso negli USA e da noi. Sono quelle persone che in Ticino si alzano ogni mattina per lavorare, che a fatica ma con orgoglio tengono in piedi la loro famiglia, che pagano fino all’ultimo centesimo le imposte, quegli imprenditori che creano lavoro per sé e per gli altri, tutti quelli che dallo Stato non beccano neanche un centesimo di sussidio. Sono moltissimi e dimenticati. Di mezzo c’è una vastissima categoria di cittadini, famiglie, lavoratori salariati, piccoli proprietari, artigiani, commercianti vari, albergatori, imprenditori di cui lo Stato non si occupa, non hanno diritto ai sussidi o agli aiuti pubblici, non si lamentano, non manifestano e non hanno lobby; per questo ci si dimentica facilmente di loro; salvo chiedergli di lavorare, produrre, pagare, crescere i figli e ubbidire alle leggi, subire le diseconomie dei mercati dopati. Sono loro a tenere assieme e mandare avanti grazie alle loro vite la comunità. E’ quell’America profonda che ha deciso di muoversi e farsi sentire, ed è il Texin profondo che è già in movimento. Il nostro ceto medio, sbagliatissimo individuarlo per categorie di reddito, è quella categoria di cittadini che nella parte bassa ha paura di finire tra i poveri e nella parte alta realizza che non potrà mai più pensare di diventare ricco. E’ una folla in crescita di cittadini impauriti e  impotenti che hanno capito che il loro destino dipende poco da loro stessi, ma molto dalle decisioni dei Governi e dei colossi dell’economia.  Per aiutarli c’è solo un modo: combattere i nemici del rilancio competitivo che non sono persone ma fatti. Citiamone alcuni: la burocrazia e i regolamenti che intralciano chi vuole fare e intraprendere, l'insicurezza nelle zone di confine, gli attentati alla piazza finanziaria ticinese e al nostro segreto bancario, l'aumento della disoccupazione giovanile, gli intasamenti stradali e la mobilità ridotta, la paralisi della politica fiscale equa e attrattiva, l'incapacità di attirare nuove attività produttive, la mancanza di idee per rilanciare l'educazione, l'assenza di una politica estera efficace, la dimenticanza e la deturpazione della bellezza, il consumismo pubblico, i bisogni singoli trasformati automaticamente e frettolosamente in diritti collettivi, la mancanza di un Governo che governi, il tassa e spendi, l'attacco plurimo e incessante alla piccola proprietà privata, la demonizzazione dell'economia di libero mercato, il paternalismo e l'ingerenza sproporzionata dello Stato. Anche in Texin le belve dello statalismo e del protezionismo sono fuggite dalla gabbia, stiamo in guardia e armiamoci di libertà.

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