I politici e il vuoto di potere
03.10.2016 - Sergio Morisoli

Soffriamo di un male oscuro, talmente ci siamo abituati non ce ne accorgiamo quasi, ma ne scorgiamo già il disorientamento nel caso ci dovesse lasciare. Si tratta di un’aspettativa e una pretesa nei confronti della politica assolutamente irragionevole e smisurata in termini di soluzione dei problemi della vita e di alleggerimento della fatica del vivere. Abbiamo delegato talmente tanti spazi di libertà e responsabilità alla politica che questa e coloro che la animano non possono fare altro che sentirsi investiti di un potere salvifico;

e quindi sentirsi addosso il dovere di agire di conseguenza. Viviamo nella logica, ormai consolidata e accomodante, che è quella di credere che il benessere nostro e la prosperità del Cantone dipendano da chi vince le elezioni, da chi siede in Governo. È questo pensiero il collo di bottiglia che ci impedisce di trovare soluzioni alla crisi e promuovere un rilancio. Siccome alla politica e quindi allo Stato abbiamo praticamente delegato tutto ciò che si sviluppa «dalla culla alla bara»; le lotte partitiche da anni non riguardano più la conquista della legittimità politica necessaria per esercitare il potere e far prevale una visione e quindi un progetto. No, la lotta si sta riducendo ad un potere fine a sé stesso, cioè alla conquista di una maggioranza per poter avere un vantaggio nella spartizione e nella gestione materiale dell’appartato statale che serve all’esercizio del potere: siano posti amministrativi, lavori, appalti, sussidi, favori, sedie dirigenziali del parastato o altro. Nulla di nuovo. A mio modesto parere però la nostra crisi deriva, oltre che dalle difficoltà oggettive esterne, anche dal fatto che i partiti, da troppo tempo, hanno sostituito la gara per ottenere il potere per fare qualcosa, con la lotta per il potere necessario per accaparrarsi qualcosa. Nei programmi, basta leggerli, e nei dibattiti interni hanno rimosso i concetti di rilancio e di crescita (ma anche di giustizia) necessari a creare il futuro; sostituendoli con eufemismi e perifrasi che conducono solo ad un punto comune: la spartizione dell’esistente. Hanno cioè tolto i fini politici per concentrarsi sulla proprietà o sull’usufrutto dei mezzi pubblici. Fare voti spiegando i fini concreti delle proprie politiche, magari visibili solo a medio-lungo termine, è maledettamente più difficile che fare voti promettendo di distribuire ai propri amici i mezzi per raggiungere dei fini mai né pensati né fissati. Questo è il dramma del momento in cui tutti i nostri partiti ci son dentro, conti pubblici compresi. Il PLR si trova a dover cercare un nuovo presidente. Ha una chance enorme e unica per lui e forse anche per noi, per cambiare il gioco e magari la sua storia. A seconda di chi sceglierà potrà trovare qualcuno con muscoli d’acciaio per ributtarsi nella mischia e rivincere nella spartizione clientelare dei mezzi statali; oppure trovare qualcuno che ha cervello, coraggio ed attributi per staccarsi da questa assurda corsa e iniziare a rilanciare il Paese. Non dall’alto, ma con fatica e umiltà dal basso; dalla rinascita di un partito nuovo come forma aggregativa e espressiva della società civile che è mutata radicalmente, e che vuole relativizzare il ruolo e il potere ultimo della politica. Potrebbe essere qualcuno che questo metodo e lavoro di ricentramento l’ha promesso oltre 20 anni fa, e in parte l’ha realizzato con successo in 12 anni di Governo; qualcuno che non è vecchio né giovane e che dopo 10 anni, in molti cominciano e sentirne non solo nostalgicamente ma operativamente la mancanza, ma non osano dirlo al partito e al Paese. E forse nemmeno a quella persona.

 

Sergio Morisoli
Deputato de La Destra in Gran Consiglio

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