Robot e umani al passo con i tempi
03.10.2016 - Paolo Pamini

Da qualche tempo corre voce che a breve robot e software sostituiranno gli umani nella maggior parte delle professioni. Guarda caso, vi è chi ipotizza un futuro in cui sopravvivremo solo in presenza di un generoso Stato sociale che ci mantenga. D’altra parte, non si può competere con i robot ed i software, che non dormono e soprattutto non protestano perché senza emozioni.

La tesi sembra accattivante, ma non è nuova. Già 250 anni orsono, l’arrivo della macchina a vapore scatenò le note rivolte luddiste di chi si vedeva presto senza lavoro. Fortunatamente vi è un errore di ragionamento economico e per buone ragioni anche con robot e software continueremo a lavorare, anzi verosimilmente staremo tutti meglio. Se il capitalismo collasserà, lo farà piuttosto a causa della regolamentazione, della spesa statale e della tassazione predatoria fuori giri dopo decenni di promesse politiche fatte sempre coi soldi degli altri.

Il punto cruciale è molto semplice: un imprenditore capitalista è disposto ad investire capitale in più software e robot (anziché continuare ad assumere umani) solo se otterrà un rendimento maggiore di quello da investimenti alternativi a sua disposizione, per esempio nel settore immobiliare. Oltre all’ovvio costo di robot e software specialistici, il rendimento dell’investimento in una fabbrica automatizzata dipende dal fatturato conseguito, e questo a sua volta dal numero e genere di clienti serviti. I robot non consumano, solo gli umani consumano. Pertanto, se la maggior parte degli umani non avrà un lavoro, non potrà neppure spendere e l’investimento in fabbriche interamente automatizzate diventerà sempre meno redditizio, perché a fronte di minori ricavi l’imprenditore non riuscirà a coprire i costi dei robot.

In altre parole, l’impegno degli statalisti di destra o di sinistra per bloccare il provvidenziale fenomeno della quarta rivoluzione industriale non serve né tantomeno è opportuno. Il sistema di mercato ha una sua ferrea ed eccezionale regola, quella del profitto e della perdita (fino all’eventuale fallimento), che da sola fa sì che nel complesso gli imprenditori non sostituiranno mai troppa manodopera (e soprattutto non tutta) con robot e software. Più lo faranno, più scenderanno i prezzi alla vendita ed i rendimenti del capitale, finché non varrà più la pena continuare in tal senso. Inoltre, il tempo di chi rimane in azienda diventa più produttivo e pertanto il salario aumenta. Se così non fosse, una fabbrica concorrente ruberebbe il bravo dipendente offrendogli un salario di poco maggiore. Anche sul mercato del lavoro la concorrenza porta i suoi benefici. Con maggiori salari e prezzi minori, il lavoratore migliora la condizione di vita sua e dei famigliari. Oppure può essere ulteriormente strizzato come contribuente, col problema di venir sempre più incentivato a consumare prestazioni statali anziché finanziarle. Ossia vivere alle spalle altrui senza il consenso di chi paga. È la storia politico-economica degli ultimi 200 anni in Occidente.

Infatti, quando i contadini iniziarono ad esser sostituiti con macchine, non seguì la morte per fame dei primi, bensì cibi progressivamente meno cari e salari orari sempre più alti. La meccanizzazione e l’affrancamento dal lavoro agricolo permisero l’esplosione della produzione alimentare, rendendo il cibo meno caro e generalmente più disponibile nella popolazione, terminando secoli di diffusa denutrizione e vulnerabilità alle carestie. Inoltre permisero la nascita delle attività del tempo libero, mai conosciuto nel mondo agricolo preindustriale.

Naturalmente, un vero problema c’è oggi come 200 anni fa: chi non si aggiorna viene sostituito e davvero rischia di perdere gran parte del proprio potere d’acquisto. Per esempio, nell’800 la spinta verso l’alfabetizzazione della popolazione fu un fenomeno iniziato spontaneamente attraverso il sacrificio ed il mutuo aiuto tra le classi meno abbienti proprio perché nel loro personale interesse. Si veda il libro The Welfare State We’re In di James Bartholomew e la descrizione della nascita delle scuole proletarie in Inghilterra, ben prima che si statalizzasse l’istruzione con questa o quell’altra scusa.

La robotizzazione e l’intelligenza artificiale non sostituiranno complessivamente gli umani, bensì selettivamente chi non starà al passo coi tempi. La sfida data dall’accelerazione del cambiamento tecnologico causa un’accelerazione del necessario aggiornamento individuale. Così come oggi un contadino che lavora la terra a mani nude non ha alcuna speranza, domani difficilmente un aiuto infermiere farà il giro del reparto solo per monitorare la pressione e la temperatura dei pazienti o un contabile passerà ore a digitare manualmente fatture in una tabella. Al contrario, si dedicheranno a qualcosa di più utile che ad un costo ragionevole una macchina o un software non saranno ancora in grado di fare.

Anziché far credere ai giovani d’oggi che tutto è dovuto e che se le cose van male tanto lo Stato li manterrà coi soldi degli altri (i moderni Stati sociali sono ormai letteralmente sull’orlo del fallimento malgrado gestiscano grossomodo la metà del reddito prodotto dai cittadini, e questo sarà presto il vero shock culturale dopo un secolo di indottrinamento), sarà viepiù opportuno educare i giovani a stare costantemente al passo coi tempi e a scegliere professioni che davvero diano un valore aggiunto in modo distintivo da una macchina. Si tratta di una sfida certamente difficile, che tuttavia valorizzerà tutti noi esseri umani. Come è sempre stato.

 

Paolo Pamini
Istituto Liberale e AreaLiberale

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