Se non è statalizzazione questa…
28.09.2016 - Sergio Morisoli

Sia chiaro, le decisioni del popolo prese in votazione popolare vanno accettate e rispettate. Ciò non toglie che possano, a volte, essere sbagliate. E’ ciò che, da un po’ di tempo, sta capitando quando ci sono di mezzo temi economici. L’economia di libero mercato per funzionare bene: produrre benessere e prosperità; necessita di alcune condizioni adatte per vivere. C’è un humus necessario che non può essere deturpato, condizioni quadro che devono essere protette, leggi micro e macro che non possono essere manipolate. Piaccia o no, la democrazia che consociamo come bene irrinunciabile sta dando dei colpi pericolosi al sistema economico locale. A passi lunghi, il popolo ticinese sovrano sta decidendo e ci sta spingendo verso un’economia pianificata. Se non ancora in termini palesi, certamente in quanto all’aumento dell’intervento dello Stato. In concreto. In un paio di anni il popolo sovrano o il parlamento hanno deciso a maggioranza: che un salario minimo è obbligatorio ( modifica costituzionale); che un’azienda è innovativa se rispetta i criteri dello Stato e non se ha successo sul mercato (nuova legge sull’innovazione economica); che lo Stato dice come e quando recarsi al lavoro e come trasportar le merci (tassa di collegamento); che lo stato crei un apparato poliziesco per controllare i contratti di lavoro (controprogetto all’iniziativa basta dumping salariale, legge sul rafforzamento della sorveglianza); che lo stato decida e controlli chi viene assunto (modifica costituzionale iniziativa prima i nostri); che l’entrata di nuove imprese in certi settori sia resa difficile (leggi protezionistiche di categoria). Inoltre sulle scrivanie circolano progetti affinché lo Stato espropri dei terreni per insediarvi le aziende che solo lui riterrà degne di esistere; aggiungiamo poi che da 14 anni le aziende non beneficiano più di sgravi fiscali, che la pressione fiscale su utili e capitale è tra le più elevate della svizzera, che gli accessi alle autostrade e i tempi di percorrenza sono penalizzanti, che le procedure burocratiche di controlli vari (quasi sempre inutili) richiedono decine e decine di milioni di costi all’anno all’economia ticinese. In poche parole senza che i più si accorgano, lo Stato, con le recenti modifiche costituzionali e alcune nuove leggi, senza tener conto né del mercato, né della concorrenza, né dei cicli economici, né dei mega trend mondiali, ci obbliga a pagare un minimo di salario, ci dice chi e come dobbiamo assumere, decide come dobbiamo recarci al lavoro, decide quali aziende hanno diritto di vivere e quali no, decide quali aziende meritano i sussidi e aiuti in base a criteri sociali e non in base al successo economico, obbligherà di mettere le aziende in un luogo da lui voluto e alle condizioni da lui imposte, e last but not least continuerà ad aumentare le tasse e i balzelli alle aziende. Il popolo ha sempre ragione, ma può anche sbagliare. Ammesso e non concesso che l’economia di libero mercato abbia fallito. Perché mai gli uffici del Cantone dovrebbero, d’ora innanzi grazie alle decisioni del popolo, sapere meglio degli imprenditori di quali lavoratori le aziende hanno bisogno, quali salari le aziende dovrebbero pagare, quali innovazioni le aziende dovrebbero fare, in quali posti dovrebbero andare a localizzarsi? E ancora, non solo: quali salari fanno felici i lavoratori, quali mezzi di trasporto fanno bene ai lavoratori, quali posti sono degni di essere occupati e quali devono essere aboliti? Don Luigi Sturzo, a metà del secolo scorso disse che nei seminari italiani si sarebbe fatto meglio a insegnare qualche ora di teologia di meno e qualche ora di economia di più. Oggi varrebbe anche fuori dai seminari.

 

Sergio Morisoli
Deputato e presidente di AreaLiberale

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