Disuguaglianza... secondo natura
21.09.2016 - Paolo Pamini

Nel dibattito politico molti commentatori si scandalizzano sulla polarizzazione della ricchezza e chiedono a gran voce maggiore uguaglianza. Per esempio, capita spesso di leggere che l’1% della popolazione mondiale detenga ben la metà di tutta la ricchezza economica dell’umanità. La cosa buffa è che, in altre occasioni, forse questi stessi commentatori menzionano senza troppe domande la famosa regola dell’80-20. Per esempio, con il 20% del tempo a disposizione si risolve l’80% dei problemi, mentre per risolvere il restante 20% di problemi serve ben l’80% del tempo. Oppure, con il 20% dei clienti si consegue l’80% del fatturato, e il restante 20% di fatturato dipende dal restante 80% dei clienti.

Dove sta l’aspetto buffo? Tendenzialmente, anche la distribuzione della ricchezza in una popolazione segue la regola 80-20: l’80% della popolazione ha solo il 20% della ricchezza ed il 20% della popolazione ne possiede l’80%. Tuttavia, se tale principio è davvero generale, esso si applica anche all’interno di sottogruppi della popolazione. Pertanto, di quel 20% di ricchi (che detengono l’80% della ricchezza), il 20% ne deterrà a sua volta l’80%; in altre parole, il 4% della popolazione complessiva (i ricchi tra i ricchi, ossia 20% * 20%) deterrà il 64% della ricchezza complessiva (80% * 80%). Applicando ulteriormente il ragionamento a tale 4% della popolazione, scopriamo che tra loro il 20% detiene l’80% della ricchezza residua, ossia che lo 0.8% (4% * 20%) della popolazione complessiva detiene il 51% (64% * 80%) della ricchezza della popolazione complessiva, il che corrisponde in buona sostanza all’osservazione che l’1% della popolazione possiede la metà della ricchezza.

Tutto ciò non sono semplici giochi aritmetici. Questo genere di distribuzioni, che rimane costante indipendentemente dal sottogruppo di persone che si consideri, è molto diffuso in natura e nei processi sociali. Per esempio, seguono questa proprietà le distribuzioni delle intensità dei terremoti in una regione (tantissimi di lieve entità, pochissimi di forza inaudita), del diametro dei crateri lunari, o degli ettari di foresta distrutti dagli incendi. Ma la seguono pure il numero di abitanti per città (poche città enormi e tanti piccoli agglomerati), la frequenza dei cognomi in una popolazione, il numero di morti in guerra, il numero di copie di un libro vendute, la frequenza con cui ogni parola del dizionario è usata in una lingua, il numero di visite ai siti web, e appunto la distribuzione della ricchezza nelle economie di mercato.

La scienza, in particolare la fisica, conosce vari processi molto semplici che a lungo andare causano queste distribuzioni, il che spiega la loro grande frequenza in natura. Quello forse più intuitivo nel caso della ricchezza richiede unicamente una probabilità fissa di successo e di fallimento di un’impresa, indipendentemente dalla sua dimensione. Chi fallisce riparte ovviamente da zero. In casi come questi, anche se 1000 soggetti partissero con risorse identiche, dopo vari periodi otterremmo nel complesso una distribuzione simile a quella descritta in entrata.

Vi è insomma il legittimo sospetto che pretendere a tutti i costi un’uguaglianza dei risultati non tenga conto di stabili regolarità in natura e nei processi sociali. D’altra parte, dovrebbe far riflettere proprio il fatto che nelle economie occidentali, malgrado decenni di marcata predazione fiscale e ripartizione delle risorse operate dallo Stato, la polarizzazione della ricchezza sia sostanzialmente rimasta invariata.

 

Paolo Pamini
Istituto Liberale e AreaLiberale

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