Ristorni: in quarant'anni versati 1,2 miliardi all'Italia
22.06.2016 - Paolo Pamini

A partire dal 1974, anno dell’entrata in vigore dell’Accordo sui frontalieri, il Ticino ha versato all’Italia oltre 1,2 miliardi di franchi di ristorni. Un cifra questa che fa stato al 2013 ed è stata fornita dal Consiglio di Stato in risposta ad un’interpellanza del deputato de La Destra Paolo Pamini.

A fronte di quanto versato a Roma, il Governo sottolinea tuttavia come «il totale dell’imposta alla fonte percepita dal 1974 da Confederazione, Cantone e Comuni ticinesi è stato approssimativamente di 1,9 miliardi». Per poi ribadire come «oltre all’imposta alla fonte, il lavoro svolto dalla manodopera frontaliera durante questo periodo ha altresì contribuito alla creazione di valore aggiunto in molte società e attività aziendali ticinesi». Per il Consiglio di Stato non ci sono quindi dubbi: «L’indotto fiscale complessivo sarebbe pertanto maggiore qualora si potesse tener conto anche di quest’ultimo aspetto».

Uno sguardo al futuro

Ma veniamo all’accordo parafato lo scorso 22 dicembre da Svizzera e Italia. Interrogato in merito alle ripercussioni finanziarie che si avranno qualora l’intesa venisse emendata così come previsto nella roadmap federale, l’Esecutivo non nasconde qualche preoccupazione. Se da un lato infatti quale conseguenza positiva si evidenzia «l’aumento della quota di pertinenza ticinese che passerebbe dal 61,2% al 70%», dall’altra si precisa che «il nuovo accordo e la proponenda Legge federale sui quasi residenti (ndr. ovvero quei lavoratori che conseguono oltre il 90% del loro reddito in Svizzera) andrebbe ad annullare il moltiplicatore al 100% previsto nella Legge tributaria ticinese». L’aumento del moltiplicatore comunale per le imposte alla fonte dal 78% al 100% era stato avallato a larga maggioranza dal Gran Consiglio nel novembre 2014 e, in soldoni, si traduce in maggiori entrate pari a 20 milioni all’anno. La modifica di legge approvata in Parlamento verrebbe così a cadere secondo il diritto superiore. Per questo motivo la Legge sui quasi residenti «al momento in discussione presso la Camera Alta e la data della sua entrata in vigore sarà molto importante per il nostro Cantone di frontiera», si legge nella risposta governativa.

Richieste a Berna e a Bellinzona

Tra i capitoli che hanno segnato l’iter verso la ratifica dell’intesa, la visita ad inizio marzo del ministro delle Finanze Ueli Maurer che si era recato in Ticino per cercare di ammorbidire la posizione del nostro Cantone, in modo da poter sbloccare definitivamente il nuovo accordo. Tre infatti, le misure targate «TI» che avevano fatto storcere il naso a Roma: la richiesta del casellario giudiziale, il moltiplicatore comunale al 100% per le imposte alla fonte e l’albo degli artigiani. E allora il direttore delle Istituzioni Norman Gobbi non aveva usato mezzi termini: «Se qualcuno ci chiederà formalmente di togliere tali ostacoli, noi pretenderemo di ottenere qualcosa in cambio». In merito, l’Esecutivo precisa quindi come il DFE si sia attivato per «ottenere una corretta ponderazione del potenziale delle risorse legato ai frontalieri in ambito di perequazione finanziaria». Per il momento però «è prematuro esprimersi sui risultati che si potranno raggiungere», aggiunge il Governo precisando come Berna «si esprimerà al riguardo del prossimo rapporto sull’efficacia della perequazione finanziaria, previsto nel 2018». Alla luce dei dati forniti, AreaLiberale ed UDC chiedono infine che «il Consiglio di Stato si adoperi affinché in tempi brevi gli istituti finanziari svizzeri vengano autorizzati ad operare su suolo italiano, il che permetterebbe in particolare alla piazza finanziaria e bancaria ticinese di mantenere e sviluppare il proprio ruolo internazionale, in particolare in relazione al mercato italiano».

 

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