Mezzi economici e mezzi politici
18.05.2016 - Paolo Pamini

La politica finanziaria e fiscale ticinese sta guadagnando d’attualità, si pensi alla votazione cantonale del prossimo 5 giugno contro la tassa sui parcheggi oppure alle discussioni sulla manovra di “rientro” di 180 mio. di franchi, in gran parte con aumenti di prelievo.

Dal 2005 al 2019, le imposte assolute prelevate dal Cantone Ticino sulle persone fisiche sono cresciute del 52%, quelle sulle persone giuridiche del 37% e le tasse del 45%. Sono le cifre raccolte da Sergio Morisoli spulciando i conti del Cantone dal 2005 ed il piano finanziario fino al 2019. Se si dovesse parlare di regali fiscali, come ripete a campana la sinistra, questi sono dai contribuenti strizzati allo Stato spendaccione. La tassa sui parcheggi è solo l’ultima delle invenzioni, assurda nella forma e nella logica – e pertanto da combattere – ma minima nella quantità del prelievo (18 mio. di franchi annui nelle migliori delle ipotesi) rispetto a quando lo Stato pesa sulle spalle dei contribuenti (3 mrd. di franchi l’anno).

La fiscalità è la massima espressione della politica, ma solo in un vero Stato liberale (che rispetta il cittadino) se ne può parlare liberamente. Franz Oppenheimer fu un noto studioso della sociologia dello Stato; nel suo libro Der Staat (1920) definì lapidariamente che ognuno ha solo due modi per procurarsi i mezzi necessari al proprio sostentamento: il lavoro o il furto; vivere dei propri sforzi o degli sforzi altrui; ricevere risorse con il consenso altrui (comprese donazioni ed eredità) o strappargliele con la violenza. Oppenheimer chiamò i primi mezzi economici, ed i secondi mezzi politici. Le imposte non a caso si chiamano così e siamo tutti coscienti del carattere intrinsecamente violento del prelievo fiscale. Chi non paga all’esattore, perde nel caso estremo libertà e averi. Ecco perché la politica non è il luogo del consenso (quella è la società civile ed il mercato), bensì dell’esercizio della violenza propria del potere sovrano.

Non è cosa nuova. Quelle che vengono celebrate dagli studiosi come le grandi civiltà, sono in realtà l’apoteosi del prelievo di risorse di una classe guerriera mobile parassitaria a danno di una classe agricola stanziale produttiva. I primi a farlo in larga scala furono i Sumeri, poi seguiti da Assiri ed Egizi. Il sistema collassò nel cosiddetto Medioevo classico dal quale emerse l’Antica Grecia, poi pure collassata sotto il dirigismo di Atene. Stessa sorte toccò agli eccessi dei Romani, idem con i Cinesi che nel 1500 erano l’area più prospera del pianeta. Le dinamiche sono lente ma irreversibili. Non è pertanto un caso se tutte le rivoluzioni della storia hanno avuto origini fiscali. Nel 1600, il re inglese chiuse per 11 anni il Parlamento pretendendo di prelevare tasse senza il consenso del secondo. Ne risultò la Gloriosa Rivoluzione, la quale pose le basi del liberalismo classico moderno che ispirò un’altra rivoluzione a carattere fiscale, quella americana. Anche la Rivoluzione francese iniziò come rivolta fiscale, quando Luigi XVI dovette convocare gli Stati Generali per chiedere nuovi finanziamenti a fronte dell’imminente bancarotta. La stessa famosa Stele di Rosetta, che permise di decifrare i geroglifici egizi, è in realtà un documento che attesta l’esenzione fiscale di una classe di sacerdoti.

Lo Stato non produce ricchezza, ma la sottrae ai contribuenti per consumarla lui stesso o ridistribuirla. Se lo Stato producesse ricchezza, non dovrebbe tassare ma farebbe impresa. L’art. 127 cpv. 1 della Costituzione svizzera stabilisce che ogni imposta necessita di una base legale. I Cantoni invece possono permettersi di inventarsi imposte senza appiglio costituzionale, purché non violino certi principi generali. A maggior ragione pertanto cittadini e contribuenti devono monitorare con quali scuse il politico vuole mettere le mani nelle loro tasche. Questo è il tema il 5 giugno ed i prossimi mesi, quando parleremo di finanza pubblica ticinese.

 

Paolo Pamini
AreaLiberale ed Istituto Liberale

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