Il mercato dei municipali
13.01.2016 - Paolo Pamini

A pochi mesi dalle elezioni comunali ticinesi emergono i primi nomi dei candidati municipali, i futuri manager di ogni Comune. Chiediamoci: cosa succederebbe se anche cittadini domiciliati fuori dal Comune potessero candidarsi al municipio? Intendiamoci, in queste riflessioni stiamo pensando solo a cittadini svizzeri.

In fondo, sia le aziende sia le squadre sportive reclutano buoni manager/allenatori e dipendenti/giocatori ovunque siano disponibili. Anzi, proprio lo sport (calcio, hockey, basket, ecc.) degli ultimi decenni dimostra come la qualità del gioco possa aumentare quando si tolgono le barriere all’entrata.

Oggi il “mercato dei municipali” ticinese soffre dei tradizionali effetti del protezionismo. Infatti, l’articolo 10 della Legge sull’esercizio dei diritti politici prevede che è eleggibile ogni cittadino svizzero di diciotto anni compiuti domiciliato da tre mesi nel Comune. Come ovunque, anche qui il protezionismo riduce l’offerta (in certi Comuni si fatica a trovare candidati e si procede addirittura con elezioni tacite), aumenta le rendite di posizione (i municipali attuali si possono permettere più discrezione senza la concorrenza di troppi candidati), alza i prezzi (di principio le inefficienze e le imposte comunali non diminuiscono se l’esecutivo gode di maggior discrezione) e riduce la qualità (le classiche “politiche del muretto” a danno del clan avverso in certi paesini).

Si osservi che il vincolo di domicilio per l’eleggibilità dei consiglieri comunali è di tutt’altro genere: quali rappresentanti dei cittadini-contribuenti, è coerente che i membri del legislativo provengano dalla stessa comunità; nelle assemblee comunali votano addirittura i cittadini stessi. I municipali invece, dovrebbero idealmente essere persone capaci di ben gestire la cosa pubblica.

Queste competenze non variano sostanzialmente tra differenti Comuni. Chi ha fatto il municipale in Leventina potrebbe anche farlo in Val di Blenio, e perché no con un po’ di pratica anche a Biasca ed infine nella nuova grande Bellinzona. In altre parole, permettere l’eleggibilità anche a candidati municipali domiciliati fuori Comune aprirebbe loro la possibilità di una carriera politica da Comuni piccoli verso Comuni sempre maggiori e più complessi. Queste nuove figure sarebbero motivate a guadagnarsi una solida reputazione personale di buon gestore del Comune che permetta loro, dopo qualche legislatura di esperienza, di giocare in una lega superiore. Il tutto a beneficio sia dei cittadini del piccolo Comune periferico che del centro urbano o della città.

Chissà che qualcuno sceglierebbe pure di fare il municipale in più Comuni al contempo, facendone una professione. Di certo, diminuirebbe il numero di fusioni coatte per assenza di politici locali. Realisticamente, i cittadini sceglierebbero una combinazione di municipali radicati sul territorio e di personalità provenienti da fuori Comune, che portino nuove esperienze e contatti, una visione indipendente delle cose e garantiscano un controllo disinteressato dei processi all’interno del Comune. Esattamente come avviene nei consigli d’amministrazione delle grandi aziende, i cui membri devono avere sapere tecnico (expertise), un’ampia cerchia di contatti (network), oppure una reputazione di incorruttibile indipendenza d’opinione (independence).

Recentemente, Lugano e Mendrisio hanno attinto personalità dai precedenti Comuni fusionati; ora Bellinzona vivrà verosimilmente qualcosa di simile. Perché non farlo diventare la regola anziché l’eccezione?

 

Paolo Pamini
AreaLiberale e Liberales Institut

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