L’azienda è un motore sociale
27.08.2013 - Sergio Morisoli

Prima dell’estate scrivendo per questa rubrica evidenziavo che: “In questi tempi cupi, molti, di coloro che sono sempre alla ricerca di soluzioni stataliste miracolose alla crisi, dimenticano che i veri due motori dell’economia e del nostro modello sociale sono la famiglia e l’impresa.” Sulla famiglia e della sua altissima importanza scrissi già in quell’articolo. Oggi mi pare opportuno focalizzarmi sull’altro motore, l’impresa. L’impresa, la ditta ,l’azienda, il commercio, più in generale quelle attività umane che concorrono a produrre e a soddisfare il bisogno materiale di altri esseri umani devono essere rispiegate, messe sotto un’altra luce quanto alla loro vera missione, al loro grande valore e alla loro indispensabilità. Una certa cultura, diciamo di certa sinistra ma non solo, vede nel lavoro un male necessario e le aziende come il luogo in cui le persone sono costrette a trascorre il tempo in malo modo malgrado loro. A valle si genera la cultura che la vera vita sia il tempo libero, le vacanze, il week end, via dal lavoro e fuori dalle aziende il più possibile. Ma le aziende non sono quel mondo in cui i padroni e i dirigenti sono gli schiavisti e i collaboratori gli sfruttati, non son quel mondo perverso in cui sono necessarie regole stile 1 a 12 per i salari, un salario minimo per tutti, meno lavoro per lavorare tutti e via dicendo. Purtroppo ci siamo abituati, o ci siamo fatti convincere facilmente, a che gli abusi e le mascalzonerie di pochi siano la regola anziché le eccezioni grame. No, l’azienda con la famiglia sono ciò di che più solido abbiamo per produrre benessere e prosperità per tutti. La Centesimus Annus, enciclica di GP II, recita: “ (l’impresa)…comunità di uomini che, in diverso modo, perseguono il soddisfacimento dei loro fondamentali bisogni e costituiscono un particolare gruppo al servizio dell’intera società”. Da decenni e decenni le aziende sono viste con sospetto e per questo da decenni viene invocato un Stato che oltrepassi le mura dell’azienda, tramite leggi, ingorghi giuridici e procedure burocratiche sterminate per mettere ordine e fine allo sfruttamento. Ma non è così. Nell’azienda c’è un’umanità enorme e un moralità eccelsa. E’ il luogo unico in cui una persona che si alza al mattino va a produrre qualcosa per un’altra persone che nemmeno conosce. Non solo, cerca di produrla e offrirla nel migliore dei modi per soddisfare l’altro (fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te). Nelle aziende c’è abbondanza di aiuto reciproco, di intesa, di resistenza, di sacrificio affinché l’azienda continui a vivere e mantenere e generare posti di lavoro. La miglior socialità la forniscono direttamente le aziende creando opportunità di lavoro e indipendenza finanziaria per chi ci lavora dentro, non i budget assistenziali o di disoccupazione in aumento. Se le imprese fossero viste come elementi essenziali per il bene della comunità e non come male necessario, molte leggi sarebbero fatte diversamente, il sistema educativo impostato diversamente e la politica le tratterebbe meglio. Oggi ci sono imprese, imprenditori, dirigenti e lavoratori eccezionali e la loro esistenza permette a noi tutti senza nemmeno accorgercene di vivere meglio. Non solo, le aziende permettono a noi tutti di mettere a disposizione i nostri talenti, ci permettono di essere utili, ovvio c’è chi in questa condizione non lo è e gli sembra di subire l’impresa e il lavoro. Lo scandalo però non sono le imprese o il lavoro, caso mai lo scandalo è che non ci sono imprese e lavoro a sufficienza o migliori. Lo scandalo è che chi vuol fare gli viene impedito di fare, o chi già fa viene ostacolato in tutti i modi. L’azienda è un microcosmo determinante da tutelare per la libertà non solo economica, ma anche per la libertà in generale. La politica, spesso senza accorgersene ma a volte anche con intenzionalità, produce decisioni e leggi che soffocano il nascere o distruggono l’esistenza di un’azienda. Dimentica che la ricchezza per distribuirla occorre prima produrla. Dimentica che anche nel nostro Cantone in moltissime piccole e medie imprese il padrone è il primo a tirare la cinghia, che molti operai si mettono d’accordo di fare dei sacrifici per salvare ditta e posti di lavoro, che molti hanno intaccato anche la propria sostanza privata per non chiudere, che padroni, dirigenti e lavoratori si parlano e si intendono prima e meglio che con l’intervento burocratico di terzi. Per questi ed ancora altri motivi, sarebbe autolesionismo puro propagare l’idea che se allo Stato mancano i soldi, la soluzione è di andare a prenderli alle aziende con più tasse. Magari con la solita scusa della simmetria dei sacrifici. Occhio!

 

Sergio Morisoli
Gran Consigliere e Presidente di AreaLiberale

 

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