Lo Stato che verrà
17.12.2014 - Sergio Morisoli

Non voglio scrivere di candidati e di sedie, ma colgo lo spazio di questa rubrica per porre un tema: è mai possibile che lo Stato e il suo apparato amministrativo siano suppergiù rimasti immutati da oltre un secolo mentre il mondo attorno è cambiato non una, ma decine di volte? In altre parole, è mai possibile che lo Stato continui ad essere inizio e fine della vita civile e economica di questo Cantone? Non è un’esagerazione. Basta calcolare la crescita della spesa pubblica, contare il moltiplicarsi delle leggi, e osservare lo sbocciare di uffici statali e parastatali, l’ampliamento del ventaglio dei sussidi per capire quanto nel corso dell’ultimo mezzo secolo siamo diventati Stato centrici o Stato dipendenti. Avete mai provato a contare gli articoli dei nostri quotidiani, dei domenicali o delle riviste settoriali e scoprire che le pagine sono piene di articoli con al centro lo Stato con qualche ufficio o qualche politico. Le cronache regionali giornaliere delle nostre due emittenti televisive, quella privata e quella statale, sono zeppe di servizi che partono o arrivano a qualche ufficio statale o a qualche politico. Siamo talmente abituati (assuefatti?) e informati che tutto è politica. Talmente educati a rivolgere lo sguardo verso lo Stato quando succede o quando manca qualcosa che nemmeno ci accorgiamo più di quanta importanza, potere e mezzi gli abbiamo concesso. Da qui, come potranno mai essere eletti quei politici: che vogliono ridurre le imposte e quindi costringere a rivedere al ribasso le spese dello Stato, che vogliono tagliare compiti e uffici, che vogliono sfoltire le leggi, che vogliono ridimensionare l’importanza e l’ingerenza dello Stato nella vita e nell’economia, che vogliono ridistribuire ai bisognosi e non ai beneficiari, che vogliono limitare e relativizzare il potere dei partiti e della burocrazia. Impossibile che un Paese abituato a guardare all’insù e aspettarsi la soluzione dei suoi problemi dallo Stato scelga qualcuno che gli dica: vade retro Stato, alzati e cammina prima tu. Epperò ci sarebbe un modo non brutale per trasformare le cose. Modernizzare lo Stato, ossia dargli un ruolo adatto al XXI secolo con conseguenti limiti e poteri. Non distruggerlo, non abolirlo, non farlo fuori o altro; no, dello Stato abbiamo bisogno ma trasformarlo come tutto il mondo che gli sta attorno ha dovuto trasformarsi. Partendo da dove? Primo da una ferrea e ribaltata disciplina finanziaria, facendo perno sul fatto inoppugnabile che soldi sono di chi li produce e non dello Stato. Secondo, cambiando alcune regole del gioco democratico: riducendo il potere della burocrazia, passando al maggioritario, ridistribuendo compiti e responsabilità ai Comuni, concedendo il potere del veto finanziario al popolo . Terzo, introducendo la concorrenza e la scelta dei servizi demolendo l’idea che un servizio pubblico debba essere prodotto solo dallo Stato e non da altri attori privati e della società civile. Quarto, ridurre lo Stato al ruolo di arbitro e controllore facendogli dismettere i panni di giocatore parziale e di proprietario interessato. Quinto, aprire i cancelli della libertà sfoltendo leggi, regolamenti inutili, vessatori, ridondanti, fini a sé stessi e al potere. Semplice? Tutt’altro. La corsa alle sedie è fatta per mantenere lo status quo e vince chi lo promette e ci aggiunge anche qualche cosa in più. Chi vuole andare in Governo non può annunciare nemmeno da lontano riforme necessarie di questo genere. Una volta in Governo poi si pensa già a come farsi rieleggere. Esagerato? Provate a pensare perché chi è seduto sul ramo dovrebbe tagliarselo per il bene dell’albero.

 

Sergio Morisoli
Gran Consigliere e Presidente di AreaLiberale

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