Deducibilità delle liberalità: 20 o 50%?
07.10.2015 - Paolo Pamini

In questi mesi il Ticino politico dibatte se e in che misura promuovere le liberalità ad enti di pubblica utilità o con scopo pubblico aumentandone la deducibilità fiscale. La riforma è di primaria importanza per il rilancio della società civile nonché per le disastrate finanze cantonali.

Iniziamo ab ovo: al contrario di chi come Thomas Hobbes e i socialisti di tutti i partiti crede che gli uomini si facciano perennemente guerra (homo homini lupus), i liberali e i cristiani sanno bene che come diceva Aristotele l’uomo è un animale politico (zoon politikon), ossia capace di vivere in società all’interno di regole ed abitudini. Ma non solo. L’uomo è pure naturalmente inclinato ad aiutare il prossimo come un fratello, diceva Sant’Agostino (homo homini naturaliter frater). Il che non significa che ognuno si spogli di tutti i beni, bensì che spesso impegni parte dei suoi mezzi (finanziari oppure il suo tempo) per la società ed il prossimo. Non serve un dottorato in filosofia, antropologia o storia per sapere che il vivere sociale dell’uomo è ben più antico dello Stato moderno finanziato con il prelievo fiscale.

In Svizzera la cosiddetta società civile ha tutt’ora un ruolo centrale nell’occuparsi di funzioni pubbliche (i pompieri volontari di tanti paesini) nonché di pubblica utilità (assistenza a bisognosi, anziani e immigrati; cultura; formazione). In tutto ciò vi è pure un interesse fiscale dello Stato, che grazie alle iniziative benefiche dei cittadini si trova scaricato da oneri finanziari altrimenti in parte accollati alla mano pubblica. La legge tributaria federale e cantonale permettono pertanto di dedurre le liberalità che un contribuente (persona fisica o giuridica) devolve ad un’istituzione che si occupa di scopi pubblici (in sostituzione dello Stato) o di utilità pubblica.

Ai fini dell’imposta federale diretta, si può dedurre in tal modo fino al 20% del proprio reddito imponibile. Dal 2014, tale soglia vale anche per le imposte cantonali ticinesi. Il Parlamento sta ora discutendo l’iniziativa parlamentare generica 540 di Sergio Morisoli di innalzare la soglia al 50% se l’ente destinatario è ticinese. I socialdemocratici in Gran Consiglio l’avversano con l’argomento che è incompatibile con il diritto federale superiore, che non prevede la possibilità di favoritismi territoriali. Di tale tenore era nel 2014 la bozza di rapporto di Matteo Quadranti. In Commissione tributaria, Michele Foletti tenne tuttavia accesa la speranza, ben conscio dell’importanza strategica che un tale innalzamento della deducibilità fiscale delle liberalità avrebbe per esempio per il mondo della cultura (LAC e PalaCinema), della ricerca (Cardiocentro, IRB) e delle tante organizzazioni di aiuto ai bisognosi. Basilea ne è un esempio. Cercando di salvare capra e cavoli, il DFE di Laura Sadis formulò il messaggio 7046 di prossima votazione parlamentare secondo cui la soglia del 50% vale a discrezione del Consiglio di Stato, sentiti i Comuni, solo se il destinatario è lo Stato o un ente controllato. Una proposta piena zeppa di arbitrio giuridico e incompatibile con il diritto federale ancor più di quella di Morisoli, pertanto pronta ad essere impallinata con ricorso al Tribunale federale. Per le ragioni all’inizio di questo articolo e per mantenere una soluzione legale, chi scrive propone ora di innalzare generalmente la soglia dal 20% al 50%. Le danze si apriranno nella sessione parlamentare di novembre.

 

Paolo Pamini
Granconsigliere, La Destra (AreaLiberale)

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