Le fonti dei deficit
24.09.2015 - Sergio Morisoli

Le spese dello Stato non nascono dal nulla, non sono (solo) il capriccio dei funzionari e non sono nemmeno (solo) lo sperpero dei politici. Funzionari e politici spesso ci mettono del loro nel burocratizzare, nello stortare, nel complicare, nel negligere certi compiti, ma nemmeno questo è sufficiente per creare i deficit nell’ordine di un paio di centinaia di milioni di franchi all’anno come i conti del Cantone preannunciano. Se l’amministrazione pubblica fosse una macchina perfettamente efficiente ed efficace nel suo funzionamento aziendale, a pari compiti si potrebbero risparmiare circa 40-50 milioni all’anno (2% della spesa corrente). Sarebbe meglio di niente di fronte ai buchi previsti fino al 2019 e oltre. Qui sta il punto di sempre: agire sul “come” o sul “cosa” fa lo Stato? Sul “come” a ricorrenze più o meno regolari si torna sempre a brontolare e qualche decina di milioni la si raccoglie. Sul “cosa” invece non si agisce da decenni, salvo gridare a tutto spiano: è l’ora della revisione dei compiti. Non succede mai nulla ed è normale. E’ impossibile che succeda qualcosa se tutti ritengono che il “cosa” cioè quello che lo Stato controllava, produceva e ridistribuiva ieri, è indispensabile ancora oggi e sarà irrinunciabile anche domani. Tale è la diagnosi politica, e questo è il vicolo cieco dal quale da decenni non si riesce ad uscire. Inutile fare distinzioni tra partiti, tutti, grazie al dipartimentalismo, ci mettono del loro nel perpetuare questa spirale ascendente di costi stando nel vicolo cieco. Non si eliminano compiti obsoleti per assumere quelli nuovi, semplicemente si sommano. La spesa è fuori rotta per via della sua dinamica espansiva. Dov’è l’origine di questa dinamica? A ben vedere ci sono due cause. La prima è quella che la società civile da decenni cede alla politica e quindi allo Stato, sempre più spazi di libertà in campi dove lo Stato proprio potrebbe starsene fuori. Semplicemente, accetta e pretende che pagando le imposte lo Stato gli risolva i problemi, scoprendo poi invece che glieli complica a prezzi alti. Prima vuole libertà assolute e ovunque per promuovere il proprio individualismo, poi chiede regole e controlli per proteggersi dalle libertà assolute del prossimo; per poi scoprire che costano. La libertà individuale assoluta ha un alto prezzo: un’entità superiore che la garantisca a tutti e che ne assuma i danni con relativi costi quando non funziona, la crisi del welfare nasce da qui . Lascio ai sociologhi e agli psichiatri l’approfondimento di questo comportamento individuale e collettivo. La seconda causa è il marketing dei diritti. Il diritto nasceva per porre un limite al potere, ci troviamo invece in un’epoca in cui il potere si alimenta con i diritti. Il bisogno, anche individuale, trova vieppiù la via per diventare rivendicazione collettiva, quindi diritto, quindi politica, quindi Legge e quindi Stato e quindi spesa. La politica buona e giusta diventa ormai quella della maggioranza che dice si ad ogni bisogno trasformandolo in diritto; che è poi la stessa che spezza il legame tra diritti e doveri, riducendo i secondi. Siccome i diritti, di solito promettono l’infinito, l’impossibile, la perfezione ed estendono i desideri di tutti; quale apparato burocratico e politico può assumersi il ruolo di andarci contro? Il costo dello Stato esplode non tanto per i “diritti vecchi”, ma per i nuovi diritti sempre più parziali e sempre più singolari proprio come risposta all’individualismo radicale di cui sopra. Come faremo noi politici a ridurre i compiti dello Stato, quindi i costi, quando la piazza è stata abituata a ricevere da tempo ciò che invoca, e chi l’asseconda è premiato?

 

Sergio Morisoli
Gran Consigliere e Presidente di AreaLiberale

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