Ma i Governi servono all'economia?
09.04.2014 - Sergio Morisoli

Siamo ormai sul finale di questa legislatura strana. Dopo decenni in Governo si cambiavano 3 Consiglieri di Stato su 5. I 3 nuovi eletti provenivano tutti da una lunga militanza parlamentare. Quindi avevano esperienza, conoscenza dei dossiers e vicinanza all’amministrazione pubblica da vendere. C’era aspettativa, c’era attesa, forse perfino speranza. Collettivamente non si sa troppo bene per cosa, ma individualmente ogni cittadino aveva il suo micro desiderio, come sempre quando si va a crociare un candidato invece di un altro. L’economia di questo cantone, i lavoratori, i partner padronali e quelli sindacali, gli artigiani, gli impresari, gli imprenditori, i commercianti, i liberi professionisti, gli albergatori, i ristoratori, i fiduciari, i banchieri e via dicendo; questo mondo che offre posti di lavoro e produce ricchezza per sé e da ridistribuire: cosa si aspettava? Si, certo si fa in fretta a liquidare tutto con il solito e ormai vacuo concetto delle: condizioni quadro favorevoli. Da destra a sinistra i programmi dei partiti da anni sono zeppi di slanci di questo genere. Ma prima di esprimere un giudizio su un Governo sulle condizioni quadro favorevoli, occorre stare attenti. Quali condizioni? Perché quadro? Favorevoli per chi? Ogni attore economico darebbe una risposta diversa a queste tre domande. Perché mai invece un Governo dovrebbe conoscere le risposte giuste e per giunta riuscire a convincere tutti per attuarle? Prima delle mancanti e insperabili risposte del Governo, occorrerebbe che l’economia formulasse delle domande. La prima è quella a sapere se è giusto e in ultima analisi conveniente, pretendere soluzioni economiche dal Governo. Gli attori economici farebbero bene a confrontarsi proprio su questa domanda al loro interno per non avere brutte risposte dalla politica e dai Governi (anche venturi). Mai nessun politico sarà eletto per fare meno, per tagliare qualcosa, per togliere benefici, per ridurre e centellinare gli interventi dello stato, per eliminare articoli e leggi. No, e lo vedremo di nuovo, sarà eletto e rieletto chi produrrà nuove leggi, nuova spesa, nuovi investimenti, nuove assunzioni; chi vuole far del bene all’economia buttandogli dentro più stato, non meno stato. Il buon Milton Friedman diceva: “se vedo uno sconosciuto che entra dal mio cancello con un cartello con su scritto che vuole farmi del bene, scappo dalla porta sul retro”. Questo dovrebbe essere l’atteggiamento sano degli imprenditori, delle categorie economiche e dell’economia nei confronti della politica e dei governi. E allora? Il Governo ha fallito, per l’ennesima volta, perché ha voluto fare troppo, non meno. Ha fatto troppo nei campi che si intrecciano con l’economia, appesantendola. Invece di togliere i bastoni tra le ruote di chi vuol fare ne ha aggiunti altri. La realtà è abbastanza limpida ormai. A problemi oggettivamente di sinistra (disoccupazione, esclusione sociale, decrescita economica, diminuzione del potere d’acquisto, aumento dei costi pubblici, protezionismo, deficit pubblici, welfare straripante e impagabile) occorrerebbero risposte liberalconservatrici: in economia più fiducia nel mercato e nel sociale più responsabilità all’individuo. Ma non si fanno voti, non si mantengono gli elettori e non si flirta con le clientele economiche, promettendo e distribuendo meno. Altro punto dolente, siccome i soldi sono troppo pochi si è pensato di inventare il moltiplicatore di imposte automatico. L’esplosione della spesa statale e il maltrattamento dei contribuenti per coprirla, è un tema che rientra perfettamente nei criteri di cui sopra.  

 

Sergio Morisoli
Gran Consigliere e Presidente di AreaLiberale

 

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