Mercato del lavoro
26.11.2014 - Sergio Morisoli

Cosa farebbe la Lombardia (e l’Italia) se ogni mattina ci fossero 120 milioni di lavoratori ticinesi pronti ad occupare i suoi 6 milioni di posti di lavoro? Cosa farebbe questa Regione se i suoi lavoratori fossero costretti, per mantenere il posto, ad accettare salari del 30% fino al 50% inferiori rispetto a quelli da loro percepiti fino alla sera prima? Non sono numeri inventati, sono numeri arrotondati per dimostrare ciò che avviene in Ticino, ma visto da sud. Le proporzioni sono proprio queste: ci sono circa 20 lavoratori lombardi disponibilissimi (ca. 4 milioni) per ogni posto di lavoro in Ticino (200'000). E’ sbagliato dare tutte le colpe ai frontalieri (ne hanno altre) per il nostro mercato del lavoro guastato. Loro sono l’effetto non la causa di questo disastro. Le cause sono tutte nostre: prima, l’accettazione dei bilaterali senza pretendere misure fiancheggiatrici efficaci; seconda, quando potevamo correggerli nel 2007 la politica estera ticinese (inesistente) e della Confederazione non ha fatto nulla, terzo una straminoranza, ma ahimé molto pregnante, della nostra economia ha abusato a piene mani dei cancelli aperti. Gli effetti sono in certi settori dirompenti, nel terziario e nei settori in cui la nostra disoccupazione galoppa e la preparazione dei nostri giovani è adatta crea frustrazione, rabbia, sfiducia e povertà. I frontalieri, come tutti, hanno il diritto di migliorare la loro condizione umana, ma simmetricamente una regione, un Paese e una Repubblica come il Ticino ha il dovere di tutelare il benessere, la prosperità e il lavoro sul suo territorio. Il problema lasciato a sé stesso (laissez faire) ci porta alla rovina. Non esiste una legge di mercato in grado di trovare da sola il punto di incontro tra domanda e offerta, quando le condizioni di partenza per permettere alla concorrenza di giocare sono assolutamente sproporzionate. Una partita è corretta se in campo ci sono 11 giocatori per parte, ma se in campo ci fossero 11 giocatori da una parte e 220 dall’altra (di ciò si tratta) nessuno ragionevolmente può pensare che le cose si aggiusteranno grazie alla concorrenza e vincerà il migliore. Alcuni affermano che i liberisti (come me) dovrebbero essere felici quando saltano le barriere. Invece è scorretto pensarlo, perché il mercato, il giusto prezzo, il giusto interesse, il giusto salario, la piena soddisfazione tra chi offre e chi domanda sono possibili solo se la concorrenza cioè la competizione può svolgersi nel rispetto delle forze in campo e delle regole imparziali. Anche nella boxe i pesi massimi non combattono contro i pesi piuma. Per finire non si capisce invece come i socialisti e gli statalisti da sempre contrari alle libertà di mercato e favorevoli ad ogni genere di intervento dello Stato in economia, stranamente su questo campo loro sono ultraliberisti: dentro tutti che poi le cose si aggiustano. Un qualche sospetto viene. Forse la distruzione del mercato indigeno del lavoro è la premessa e va favorita affinché la costruzione di un sistema pianificatorio e centralista del lavoro possa prendere avvio? O forse torna di moda il tanto peggio, tanto meglio? Certamente non ne usciremo se non metteremo al centro il valore del lavoro per chi lo esercita e lo cerca e non il lavoro come semplice merce di scambio possibilmente al prezzo più basso. Meditiamo, non dico ora et labora, ma quasi.

 

Sergio Morisoli
Gran Consigliere e Presidente di AreaLiberale

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