Capitalismo e salvezza
20.11.2013 - Sergio Morisoli

Si continua a ritenere che lo sviluppo economico dell’Europa sia avvenuto solo dopo che la corrente calvinista del cristianesimo, almeno in economia, si è imposta su quella cattolica. Max Weber sarebbe lo scopritore di questo “salto di qualità”. Ebbene, ben prima, nel medioevo movimenti e ordini monastici (benedettini prima e francescani poi) dall’anno mille fin verso il XV secolo (quindi prima della riforma protestante) assieme al loro sviluppo territoriale hanno ragionato attorno al tema dell’economia capitalista. Non la chiamavano così, ma si occupavano di ciò che essa produceva in termini di abitudini, costumi e nuovi usi. Nel XIII e nel XIV secolo, avveniva qualcosa paragonabile all’odierna globalizzazione. I mercati nascevano e si moltiplicavano, i commerci sul continente erano floridi e le merci viaggiavano ovunque, le banche nascevano e si specializzavano, i confini commerciali saltavano. Con questo sviluppo enorme, sorgevano anche dei problemi morali ed etici nuovi. Siccome a quel tempo la salvezza eterna personale veniva prima del benessere e della prosperità materiale individuale, era di primaria importanza risolvere l’apparente antitesi fra ricchezza e salvezza. I francescani, forti del loro voto di povertà e quindi insospettabili, furono i primi a studiare come far convivere la tendenza mondana inarrestabile di stare meglio e di arricchirsi con la salvezza dell’anima. Per almeno due secoli, vi furono dispute e summe colossali su questo tema nelle maggiori università del continente (Parigi, Bologna, Oxford) e nei conventi monastici. Non era raro nelle prediche nelle piazze( le chiese erano troppo piccole), davanti a migliaia e migliaia di fedeli, sentire ragionamenti che oggi definiremmo di etica economica. Non erano ragionamenti a cielo aperto per condannare la ricchezza, il mercato o il commercio; al contrario erano fatti per disciplinare la convivenza con lo sviluppo economico e per favorirlo ancora di più. Altro che epoca buia. I primi manuali, diremmo oggi di economia, furono dei libri scritti dalle menti eccelse di quei movimenti monastici per i loro confessori. Si, i confessori, proprio loro perché entravano in contatto intimo con i mercanti i commercianti i banchieri, che erano in perenne ricerca dell’equilibrio tra economia florida e salvezza personale. Fu per dare risposta al tema della salvezza eterna individuale che le migliori menti hanno studiato e dibattuto su argomenti come: il giusto prezzo, il calcolo del costo e del valore intrinseco di un prodotto, sulla moralità dei prestiti di danaro, sull’affitto dei mezzi di produzione, sull’adeguatezza dei tassi di interesse, sulla speculazione, sui salari, sul lavoro rimunerato, sulle compravendite, sul ruolo delle banche, sulle cambiali, sul cambio e via dicendo. Lo sviluppo economico europeo dei secoli seguenti è avvenuto solo perché a monte ci fu un dibattito religioso e culturale che sdoganò l’economia, il commercio e il mercato come cosa buona e giusta per diffondere benessere e prosperità. Adam Smith che ragionò alcuni secoli dopo, ne era cosciente e convinto, infatti i suoi trattati economici non venivano da una cattedra economica ma di filosofia morale scozzese. E oggi? Esattamente come allora le encicliche papali di Paolo VI (Populorum Progressio), Giovanni Paolo II (Centesimus annum) e di Bendetto XVI (Caritas in veritate) non fanno altro che ricordarci quello che fu scoperto quasi mille anni fa: il problema non è la ricchezza in sé, ma come è prodotta, incamerata e poi impiegata. Dovrebbe valere, non solo per le multinazionali e le banche, ma anche per lo Stato che oggi è l’organizzazione umana più ricca e più potente che esista, e non necessariamente la più etica.

 

Sergio Morisoli
Gran Consigliere e Presidente di AreaLiberale

 

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