Il caso della Sant'Anna tra sanità e giustizia
28.07.2015 - Paolo Pamini

Il recente caso della Clinica Sant’Anna di Sorengo, dove lo scorso autunno ad una donna sono stati erroneamente amputati due seni al posto della prospettata incisione al capezzolo per un tumore, è un grido disperato ad introdurre più mercato nella sanità anziché più Stato e più controllo. Ma ancor più, nel particolare microcosmo ticinese deve essere un appello a monitorare attentamente il buon funzionamento del Ministero pubblico e della giustizia.

Ricordiamo che, quando la donna si risvegliò dall’anestesia senza parti del corpo che avrebbe ancora dovuto avere, il medico della clinica coprì l’errore affermando che il tumore si era rivelato più esteso e complesso del previsto. Solo in un secondo tempo, nel quadro del coinvolgimento dei legali, fu comunicata la verità. Alla luce di tutto ciò, giocando maliziosamente con la naturale paura di ogni cittadino di farsi in futuro menomare irreparabilmente per sbaglio dal chirurgo, alcuni commentatori hanno iniziato a chiedere un maggior ruolo dello Stato e a puntare il dito contro le cliniche private. Il consigliere federale socialista Alain Berset vorrebbe per esempio istituire un centro per il controllo della qualità delle cure. In Ticino, c’è poi ovviamente chi già sogna di cogliere la palla al balzo per espandere ulteriormente la sanità statale a scapito di quella offerta dai privati. Anche la sanità di Stato non è tuttavia esente dagli stessi problemi, pensiamo al caso dell’amputazione della gamba sbagliata avvenuto proprio all’Ospedale civico di Lugano all’inizio degli anni 2000.

In Svizzera, per non mettere in pericolo la loro carriera professionale, la maggior parte dei medici preferisce rinunciare a comunicare numerosi sbagli commessi dalla loro categoria professionale. Questi comportamenti sono da condannare categoricamente, e sia il diritto civile sia quello penale hanno da tempo strumenti a sufficienza per occuparsene. Naturalmente, le ragioni di tali comportamenti sono ben comprensibili (ma non condivisibili), e non c’è nessun motivo di credere che esse sparirebbero se la sanità venisse statalizzata ancor più di oggi. Al contrario, malgrado l’inevitabile propaganda, di fatto un monopolista degli ospedali sarebbe messo sotto ancor minor pressione ad evitare tali problemi. Tanto più se statale, ossia senza nessun particolare investitore che mette a rischio il proprio capitale privato. Il motivo è molto semplice: in normale regime di concorrenza, se un ospedale pecca i pazienti scelgono di andare altrove, e l’ospedale che persevera nell’errore o nella mancata prevenzione fallisce. Pertanto, il rischio degli errori di operazione dovrebbe di principio spingerci a volere più ospedali privati ed indipendenti, anziché chiedere più statalismo selvaggio ed irresponsabile anche in questo settore. Solo apparentemente l’intervento statale dà maggiori garanzie di controllo; in realtà esso pone gli esatti incentivi a più lassismo.

Nel caso specificatamente ticinese si aggiunge un ulteriore aspetto connesso alla vicenda Sant’Anna sul quale realmente porre i riflettori nei prossimi mesi: la qualità della giustizia. Come detto, gli strumenti legali civili e penali per rendere e punire il torto subito dalla vittima già esistono e semplicemente vanno applicati con efficacia. In tal modo, oltre alla concorrenza tra cliniche avremmo un ulteriore incentivo affinché i chirurghi realmente applichino il protocollo in sala operatoria. Purtroppo, poiché in Ticino l’elezione dei magistrati è politica, il territorio ridottissimo (siamo grandi come qualche rione milanese), e siamo di fatto l’unico cantone con un sistema giudiziario italofono, la nostra giustizia cantonale ha un modestissimo bacino di professionisti da cui attingere ed è pertanto da sempre esposta al rischio di nominare magistrati vicini alla politica che li nomina e segnati da rapporti interpersonali che li portino ad accondiscendere con le élites sul territorio. Senza entrare in dettagli, è esemplare il mancato seguito dato allo scandalo di asfaltopoli. Una nomina popolare dei magistrati, anziché da parte del Gran Consiglio, attenuerebbe per esempio il problema.

Pertanto, anziché sognare più controlli e più Stato nella sanità, la logica implicazione del caso Sant’Anna è osservare attentamente l’applicazione del codice civile e penale da parte della nostra giustizia cantonale, e se necessario intervenire lì facendo la politica pulizia in casa anziché dettare legge in casa altrui. Oltre naturalmente a promuovere maggior concorrenza e trasparenza (non controllo) tra gli operatori sanitari. Il resto vien da sé.

 

Paolo Pamini
Deputato de La Destra in Gran Consiglio,
economista, Liberales Institut ed ETHZ

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