Il primo maggio secondo Pamini: "Importante celebrare il lavoro ma il sindacato è ormai un business"
01.05.2015 - Paolo Pamini

Cosa rappresenta per lei il primo maggio?

Il primo maggio è importante per celebrare il lavoro, una delle più belle forme di umanità e di collaborazione. Checché ne dicano alcuni sindacati e soprattutto la sinistra barricadera.

Cosa intende esattamente?

Qualsiasi persona si può arricchire solo in due modi: con mezzi economici o con mezzi politici. I primi significano la collaborazione volontaria con qualcun altro, lo scambio (di beni, servizi, prestazioni lavorative), o ancora il dono. I secondi significano l’estorsione di risorse con la forza, senza il consenso della parte che soccombe. Nel primo caso, entrambe le persone che entrano in contatto una con l’altra ne escono vincitrici; abbiamo un cosiddetto win-win, perché altrimenti chiunque delle due avrebbe potuto lasciar perdere. Nessuno sfrutta nessuno, eppure tutti vincono; la torta si ingrandisce. Nel secondo caso invece, l’arricchimento di uno va a scapito del secondo, e la torta complessiva se va bene rimane costante, ma molto spesso si rimpicciolisce perché in futuro il primo non sarà più così fesso da produrre ricchezza per poi farsela sottrarre.

E il lavoro dove va piazzato?

Naturalmente il lavoro appartiene al primo ambito, eppure sentiamo ripetere ad oltranza che i lavoratori sono sfruttati e che gli imprenditori si arricchiscono alle loro spalle. Ciò sarebbe vero solo in un caso: se i lavoratori fossero obbligati a lavorare, ossia se fossero schiavi o alla pari di detenuti. Pertanto, il primo maggio dovrebbe sì essere la festa del lavoro, ma nel senso della collaborazione produttiva.

Perché a suo avviso i sindacati diventano sempre più conflittuali?

Sono innegabili le difficili situazioni del momento, soprattutto in Ticino dove la pressione salariale è notevole e il rafforzamento del franco ha ridotto i margini di alcune aziende. Tuttavia secondo me il motivo principale, in costante aumento da una ventina d’anni, rimane la professionalizzazione dei sindacati. Pochi sindacalisti hanno ormai i calli sulle mani, e molti di loro sono persone maestre nell’arte della comunicazione, sia verso i lavoratori sia verso il pubblico. Il sindacato stesso è un gran business, come sappiamo dai Paesi a noi confinanti. Girano milioni di franchi.

Intende nelle mani dei sindacati?

Basta vedere i conti annuali dei sindacati, perlomeno di quelli che li pubblicano, per rendersi conto di quanto è enorme l’industria sindacale. Un vero e proprio business.

Secondo lei tutti i sindacati sono uguali?

Assolutamente no! Rimaniamo in Ticino, si vede molto bene il differente approccio di UNIA rispetto ad OCST. Il primo è un sindacato d’assalto, dove traspare la conflittualità tipicamente marxista. Il secondo mette quotidianamente in atto le proprie origini cristiane, è molto più orientato alla ricerca di soluzioni concordate e alla difesa della dignità del lavoratore inteso in primo luogo come persona.

In conclusione?

Il primo maggio rimane una festa che ci permette di fermarci e riflettere. Il mio spunto di riflessione è che, dati alla mano, sul mercato del lavoro sono molto più frequenti i casi in cui il dipendente “licenzia” il datore di lavoro, perché se ne va via e cambia posto. Nei settori specialistici in cui i collaboratori non sono facilmente sostituibili, queste vicende possono arrivare a mettere in ginocchio l’azienda, soprattutto se di piccole dimensioni. Il mondo del lavoro non è pertanto mai né bianco né nero; non solo i salariati hanno bisogno del lavoro, ma soprattutto le imprese. Altrimenti appunto non si sarebbe mai concluso un contratto d’assunzione.

 

Paolo Pamini
ETHZ e Istituto Liberale

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