Ticino futuro e permessi G
18.03.2015 - Paolo Pamini

Lo studio “Ticino Futuro” pubblicato ad inizio marzo dall’Istituto di ricerche economiche (IRE) dell’Università della Svizzera italiana (USI) diretto dal prof. Rico Maggi ha il pregio di dare sostanza al dibattito circa il posizionamento della business location Ticino. A complemento segue una proposta di natura fiscale.

I dati presentati dall’IRE mostrano in modo netto come le politiche di riforma liberale promosse dal 1995 via da Marina Masoni e Sergio Morisoli abbiano dato una significativa sterzata allo sviluppo economico del cantone, in particolare promuovendo l’aumento di produttività e l’internazionalizzazione del tessuto economico. Per quanto per esempio la logistica (i famosi “capannoni”) sia ora sulle labbra di tanti candidati, attorno a quel mondo ed in particolare alla “Fashion Valley Ticino” ruotano attività ad altissimo valore aggiunto. Basti pensare che il mondo della moda è fatto di branding e design e che per i mercati europei ed asiatici tali funzioni vengono esercitate proprio dal suolo ticinese nel caso di marchi come Gucci, Guess, Michael Kors, Timberland, North Face, Zegna ecc. Non dimentichiamo inoltre la “Pharma Valley Ticino”, con ben più di 30 ditte farmaceutiche, oppure ancora la meccanica di altissima precisione, per esempio in ambito medico-ortopedico con Medacta a Castel San Pietro.

Da professionista attivo nella consulenza fiscale proprio di tali società, so per esperienza personale che il maggior tema che si profila all’orizzonte è la caduta dei regimi fiscali di società principale, società ausiliaria, Swiss financial branch, società holding ecc. ormai sotto pressione da UE e OCSE e destinate ad esser sostituiti con nuove proposte nel quadro della Riforma delle imprese III. In questo contesto, si tenga inoltre ben presente l’enorme bacino lombardo di manodopera specializzata. Benché questo sia una risorsa strategica per l’economia ticinese, che da sola non avrebbe la capacità di raggiungere le dimensioni attuali, esso viene attualmente percepito per il rischio di sostituzione del lavoratore residente con effetti al ribasso sui salari (“dumping”) e non per la fortuna che rappresenta, poste le giuste condizioni.

Vi sarebbe una possibilità, tutta da studiare dal punto di vista del diritto amministrativo, che prenderebbe due piccioni con una fava: abbattimento della tassazione delle imprese e calmiere sugli effetti nel mercato del lavoro ticinese. Se solo i permessi G venissero venduti ad un prezzo vicino al differenziale salariale tra TI e Lombardia, assumere un residente (a salario locale) oppure un frontaliere (a salario italiano più costo del permesso) costerebbe in ugual misura, calmando la pressione salariale e la sostituzione. Con il gettito così generato, si potrebbero abbattere le imposte sulle imprese e sostituire la perdita dei regimi fiscali speciali. Gli ordini di grandezza sono sorprendenti. Si pensi che la vendita di permessi G a 60'000 frontalieri per CHF 500 mensili l’uno genererebbe CHF 360 mio. annui, sufficienti a cancellare l’imposta cantonale sull’utile. Se costassero CHF 1'000 mensili (comunque meno della differenza salariale tra TI e Italia), potremmo abolire pure l’imposta comunale sull’utile. Non solo eviteremmo le pressioni sul mercato del lavoro senza introdurre salari minimi o contratti collettivi, ma faremmo del Ticino il cantone fiscalmente più attrattivo di Svizzera, incuneato nel tessuto economico lombardo. Inoltre, le statistiche sulla vendita dei permessi orienterebbero i giovani ticinesi in formazione laddove vi sono maggiori opportunità professionali.

 

Paolo Pamini
ETHZ e Istituto Liberale

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